FARINA LOFT
Riconversione a uso residenziale di un locale commerciale
Il tema dello spazio abitativo minimo ha percorso, con diversi accenti, finalità, declinazioni e contesti, la pratica dell’architettura per tutto il Novecento. Continua a farlo anche nel nuovo millennio, ma sempre più per rispondere a esigenze e trasformazioni del mercato immobiliare e delle economie legate ai “flussi globali” che sono del tutto nuove e in continua evoluzione, con dinamiche non sempre facilmente prevedibili.
Così è successo che le fitte sequenze di locali commerciali, che con le loro vetrine luminose e accattivanti segnavano al piano terreno i fronti delle strade più centrali delle città, improvvisamente nell’arco di uno o due decenni si siano diradate sempre più, lasciando in sospeso buchi neri, assenze, vuoti in attesa di essere reinterpretati.
Impensabile prima, è un fenomeno ormai evidente e diffuso, con cause e meccanismi noti, che portano a ripensare quei piccoli e frammentati vani al piano terra, in diretto contatto con lo spazio pubblico della strada, come alloggi minimi, soprattutto rivolti alla ricettività.
Per certi aspetti controintuitivo, l’obiettivo di trasformare un piccolo spazio commerciale affacciato direttamente sul marciapiede di una strada trafficata in un alloggio confortevole, anche se minimo, deve fare i conti con alcune oggettive limitazioni che sono tipologiche, oltre che fisiche e dimensionali.
Innanzi tutto – ed è appunto un tema che riguarda la tipologia – il fatto che le aperture sulla strada, in genere le uniche presenti, una volta ampie vetrine, costituiscano indispensabili superfici permeabili per aria e luce ma, contemporaneamente e in aperta contraddizione, varchi da “difendere” rispetto all’intromissione esterna.
L’altra questione generale, dunque ancora tipologica, e alla quale in qualche modo il progetto deve sempre trovare una soluzione, riguarda la totale assenza di uno spazio di mediazione tra la dimensione privata della casa e il carattere marcatamente pubblico della strada.
Con questi temi generali si confrontano le caratteristiche peculiari di ciascuna concreta situazione, sulle quali si lavora per ottenere quella elevata qualità dello spazio abitativo in grado di superare gli aspetti problematici per arrivare a nuove inaspettate modalità di fruizione.
Qui siamo al piano terra di un edificio della fine degli anni ’20 del secolo scorso, un esempio interessante del modo con il quale i grandi interventi pubblici – in questo caso un decoroso e possente caseggiato di case comunali con cinque livelli complessivi – disegnavano un nuovo pezzo di città. Nella fattispecie l’angolo tra piazza Garibaldi e via Farina.
Lo spazio dato è di fatto un cubo, a meno di trascurabili differenze dimensionali tra i singoli lati, mediamente ciascuno di poco superiore ai cinque metri. Ovvero: un quadrato in pianta di 28 m², con altezza interna di oltre 5 metri. Un cubo con tutte le facce cieche, a meno del fronte su strada che vanta due imponenti aperture con un arco in sommità, in una sorta di ordine gigante.
È uno spazio astratto, netto, geometrico. Concluso, verrebbe da dire, ma con due potenzialità evidenti, sebbene in cerca di soluzione: la grande altezza libera interna e, in rapporto con questa, l’ordine gigante delle aperture, ritagliate nella muratura di forte spessore.
Compositivamente il progetto tende a privilegiare la percezione unitaria di quello spazio cubico, facendo in modo che tutti gli elementi che lo articolano, anche funzionalmente, siano soltanto superfici piane isolate e cromaticamente distinte, pannelli che levitano nello spazio dato senza interrompere la sua costruzione geometrica. È così anche per l’orizzontamento del soppalco, con il quale si risolve la collocazione appartata della zona notte ma confermando la percezione complessiva della doppia altezza e il rapporto con il grande arco vetrato.
Distributivamente questo si traduce in uno schema molto semplice: un setto parallelo alla porta di ingresso che definisce un “filtro”, un ambito di mediazione con la strada, e che contemporaneamente, alle sue spalle, ritaglia la “cellula tecnica” con i servizi e l’angolo cottura; un altro setto isolato nello spazio a doppia altezza sul quale si articola la scala che porta al soppalco, ma che riesce anche a contenere attrezzature ed elettrodomestici; un terzo setto alto, tra soppalco e soffitto, che scherma il volume destinato alle apparecchiature tecnico-impiantistiche, oltre allo spessore dell’armadio a incasso collocato a servizio del letto in soppalco.
L’unitarietà dello spazio a doppia altezza, l’elevata luminosità diffusa proveniente dalle grandi aperture vetrate, l’essenzialità e la chiarezza compositiva, se da una parte riescono a dare a questo piccolo alloggio caratteri di ampiezza e qualità abitativa che vanno ben oltre i limiti che parrebbero imposti dalla sua dimensione fisica, dall’altra contengono senza palesarla la molto più minuta gamma delle soluzioni tecniche di dettaglio che fanno di questa piccola casa una vera machine à habiter.
Così, grazie alle sue dotazioni, attrezzature impiantistiche, sistemi di stoccaggio a scomparsa, elettrodomestici integrati, controllati attraverso un minuto disegno dei dettagli, i 28 m² di quel quadrato al piano terra possono non solo essere utilizzati per ospitalità brevi, ma offrire un’abitazione confortevole anche per lunghi periodi.
Committente: privato
Localizzazione: Cagliari
Dati dimensionali: superficie utile netta 39 m²
Importo lavori: 85.000 €
Cronologia: 2023-2025
Progettista incaricato: Salvatore Peluso
Gruppo di progettazione: Roberta Milia, Roberto Lallai
Impresa esecutrice: Piergiorgio Corona Impresa Edile
